Scorri verso il basso
Il diario, lo “strumento” al quale, prima della nascita dei social, venivano affidati segreti e riflessioni personali.
Esiste un piccolo paese nella provincia di Arezzo in Toscana, Pieve Santo Stefano, che, dopo aver conosciuto il dolore e la distruzione portati dalla Seconda Guerra Mondiale, è tornato a vivere e divenuto custode delle pagine che raccolgono gelosamente i pensieri di tantissimi italiani.
Persone comuni, semplici cittadini che, da poco più di quarant’anni, affidano al Piccolo Museo del Diario qui creato il loro “tesoro” più caro, il proprio diario, perché possa vivere nel tempo come memoria di sé e del loro tempo.
La storia del nostro Paese è fatta da gente comune, magari poco incline all’uso corretto della scrittura e della lingua italiana, ma ricca di sentimenti e di emozioni fissate nella memoria personale e, magari, collettiva.
Chi fa pervenire a Pieve Santo Stefano i propri diari può scegliere di permetterne la lettura ad altre persone, od anche di partecipare ad un concorso annuale che prevede, per il vincitore, la pubblicazione del proprio scritto, oppure, antiteticamente, stabilire che questo sia solo gelosamente conservato e secretato, senza che venga letto ma possa sopravvivere nel tempo.
É grazie all’intuizione geniale del giornalista milanese Saverio Tutino, che dal 1983 si è voluto “dare voce a chi non ha voce” e, da quel momento con il costante arrivo di nuove pagine, praticamente ogni giorno, si arricchisce la storia della nostra Italia attraverso i frammenti di vita di chi ha voluto donare il proprio diario.
Visitando il museo, condotti abilmente dalle guide esperte che ci accompagnano attraverso questo emozionante percorso, possiamo entrare nel vissuto di gente comune che ha trascritto i propri pensieri, le proprie emozioni, le vicissitudini, spesso i propri dolori legati, a volte, anche a fatti famigliari; altre volte a drammi collettivi come la guerra, magari vissuta al fronte o nei paesi, nelle città e nelle campagne.
Singolare e coinvolgente risulta ascoltare le “parole che escono dai cassetti” di un’installazione che ricopre interamente la parete di una stanza di questo straordinario luogo della memoria, che recitano le frasi di alcuni diari considerati fra i più interessanti.
Come pure lo è leggere i pensieri di Clelia Marchi, altra autrice presa a simbolo fra le molteplici persone di cui si conservano i diari, che ha scritto, pur avendo frequentato solo la seconda elementare, della sua vita di contadina della provincia mantovana su di un lenzuolo perché aveva finito la carta ma non il desiderio impellente di fissare nel tempo i propri sentimenti più intimi. Ciò scaturì dal dolore straziante provocato dalla morte dell’amato marito Anteo, che la porta a fissare su una grande tela di lino, il solo materiale di cui disponeva in quel periodo, di sé e della sua famiglia ottenendone ciò che poi è stata definita una sorta di “Sindone laica”, fornendoci così un quadro reale ed autentico (ne è testimone il titolo che lei ha scelto: “Gnanca una busia”) della vita contadina degli anni venti, trenta e quaranta del Novecento.
L’istituzione del museo nel 2013, al seguito della creazione in paese dell’archivio dei diari anteriore di molti anni, e le persone che qui operano garantiscono a tutti nel tempo la conservazione della Memoria fatta dalle singole memorie di, in un certo qual modo, ciascuno di noi.
Una meravigliosa storia delle storie.
Romilde Franchi
Uno dei mobili a parete, tutti strutturati ad armadietti e cassetti che contengono virtualmente i diari inviati da numerose persone. E’ presente in una delle stanze visitabili del museo.
Un cassetto manualmente viene aperto e compare un visore che offre alcune foto e la riproduzione di qualche pagina del diario le cui storie contenute vengono proposte in forma di sunto.
Le pagine compaiono sullo schermo, si sovrappongono e scivolano via automaticamente, con un gioco di piacevole effetto visivo.
Una piccola installazione audio-video che offre il contenuto del diario di una donna che racconta la sua vita ricca di episodi tragici e di qualche momento di felicità.
Particolare della stanza interamente dedicata al diario che racconta la vita rocambolesca di Vincenzo Rabbito. Parzialmente analfabeta, decise di porre su carta molto di ciò che aveva vissuto, utilizzando una macchina da scrivere e ponendo alla fine di ogni parola un punto e virgola.
Ad oggi non si sa perché.
La stanza che accoglie il singolare lenzuolo di lino su cui Clelia Marchi, contadina della campagna mantovana, ha scritto il “romano” della sua vita.
Parziale del lenzuolo usato come “foglio di carta” dalle enormi dimensioni da Clelia Marchi.
Quest’opera, oggi considerata anche per il suo valore artistico e non solo come vibrante testimonianza scritta, viene definita “Sindone laica”.
Ritratto a carboncino di Saverio Tutino, ideatore e fondatore dell’archivio dedicato ai diari, istituzione che poi ha ispirato la nascita del Piccolo Museo del Diario di Pieve Santo Stefano.
La significativa e commovente frase riportata su un pannello retroilluminato che efficacemente riassume lo spirito che anima l’esistenza del museo del diario.